...E ANDIAMO AVANTI!...E ANDIAMO AVANTI!

Samizdàt

martedì, maggio 16, 2006

Saluti e baci. Ci vediamo di là.


Da oggi cambio casa. Il mio nuovo indirizzo è :

http://www.neoconitaliani.it

Alle anime pie che avevano linkato il precedente dominio (ossia questo), chiedo di aggiornare il blogroll e, bontà loro, di dare risalto al suddetto trasferimento.
Mi appello, particolarmente, agli amici di Tocqueville, del Giulivo, del comitato Per l’Occidente e di B4Cdl.

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lunedì, maggio 15, 2006

I furbetti della domenica

La Juventus ha vinto il suo ventinovesimo scudetto. Questo è stato il verdetto del campo, ma il giudizio maturato sul manto verde potrebbe essere legittimamente modificato dai tribunali sportivi. E’ il risultato dello scandalo che in questi giorni ha colpito il calcio italiano, uno scandalo di proporzioni spaventose. Purtroppo, essendo questo lo sport largamente più popolare nel nostro Paese, gli animi dei “tifosi” hanno preso il sopravvento su quelli degli “sportivi”, e le analisi indipendenti, o quanto meno equilibrate, sono venute a mancare.
Iniziamo col dire che bisogna distinguere il piano della giustizia ordinaria da quello della giustizia sportiva. Legalmente, infatti, i personaggi indagati hanno qualcosa da recriminare : nella fattispecie il clima forcaiolo, giustizialista e volgare che si respira in queste ore è quello di sempre, quello a cui – è una triste verità – questo Paese c’ha malauguratamente abituato. Alla luce di questa analisi, puramente giuridica, contro il signor Moggi (presunto innocente fino all’ultimo grado del giudizio) se ne stanno dicendo davvero troppe, di cotte e di crude. Quando un telegiornale della Rai etichetta spensieratamente l’ex-dirigente bianconero come “Lucky Luciano” per ben due volte nello stesso servizio, è facile intuire che si è oltrepassato il limite dell’oggettiva informazione ed anche del buongusto. L’ex capostazione, divenuto uomo potente e conquistatore del pallone, ha avuto per tanto tempo alla sua corte giornalisti, arbitri e opinionisti vari. Molti di questi, vendendosi l’anima e rinnegando amicizie, dopo anni di inchini e riverenze, hanno iniziato a menare le mani contro il proprio principale. Bene fa, in quest’ottica, Giampiero Mughini a paragonare la figura del sempiterno Moggi a quella del trionfante Craxi. Con le dovute differenze storiche, politiche e finanche giudiziarie, le analogie sono sotto gli occhi di tutti : non dal punto di vista umano, bene inteso, ma tra le situazioni che i singoli individui hanno vissuto in epoche storiche diverse sulle base di accuse differenti.
Sportivamente però i dati vanno posti ai raggi X sotto un’altra inquadratura. Il direttore generale della Juventus tesseva una rete di rapporti che lo portava a controllare sistematicamente mass media, arbitri e mercato. Questo emerge pacificamente dalle intercettazioni. Una cosa sconvolgente su cui non si puo’ né sorvolare né fare spallucce: la società torinese interveniva nella formazione delle griglie arbitrali, per pilotare le designazioni delle partite che riteneva importanti; otteneva, inoltre, l’asservimento di una classe di giornalisti e “moviolisti”, responsabili di trasmissioni di primo piano, che – per il ruolo che ricoprivano – potevano implicitamente modificare la percezione della realtà agli occhi dell’opinione pubblica; a queste due accuse, di per sé molto gravi, si aggiungono il sequestro di persona (ai danni dell’arbitro Paparesta) e le «relazioni compiacenti» con gli agenti di polizia e della Guardia di finanza.
La mia allergia alle intercettazioni pubblicate a mezzo stampa è nota ai più. Sono stato tra quanti s’opponevano apertamente all’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, invocandone le dimissioni ai tempi della truffa dei bond argentini. Tuttavia, nel momento in cui è stato indagato, l’ho difeso : non per spirito di eroismo, ma perché – pur ritenendo, a torto o a ragione, che nel merito le accuse fossero gravi – il metodo (quello della lapidazione dovuta ad alcune telefonate) non mi convinceva. Ribadisco pertanto la mia posizione in questa sede, cogliendo l’occasione per estendere il concetto anche al caso Moggi. Pur ritenendo illegittimo l’abuso delle intercettazioni, è altresì vero che non si puo’ eludere quanto, dai brani in nostro possesso, emerge. Poiché siamo in un ambito sportivo, soggetto a regole precise, bisogna ricordare le sanzioni in cui la società torinese potrebbe incorrere. Non dal punto di vista penale (non è questa la sede per fare processi o inquisizioni), ma dal punto di vista sportivo. La società bianconera, sulla base degli illeciti che le vengono imputati, rischia : la revoca degli scudetti 2004-2005 e 2005-2006 (alla luce dell'art. 6 del Codice di giustizia sportiva); la retrocessione all'ultimo posto in classifica per il campionato appena terminato e la penalizzazione di più punti per la stagione prossima ventura.
Concludo con un auspicio : si faccia e si dica ciò che si vuole, ma non termini tutto a tarallucci e vino.

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sabato, maggio 13, 2006

Fratelli coltelli

«In questo scontro tra Ds e Margherita c'è qualcosa di comico e al tempo stesso surreale: viene dipinto come uno scontro tra giganti, come si trattasse della battaglia tra l'Spd e la Cdu in Germania. I Ds hanno il 17 per cento, ma ragionano come fossero ancora il Pci del 33 per cento. E ciò comporta una sproporzione negli atteggiamenti. Poi c'è uno specifico che è più dei dalemiani che di D'Alema: un grande sfoggio di capacità tattiche e di muscolatura a cui recentemente non hanno corrisposto i risultati attesi».

Stefano Menichini, direttore di Europa, quotidiano della Margherita.

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venerdì, maggio 12, 2006

L’alba di un nuovo giorno

Dopo l’okkupazione di Camera, Senato e Quirinale, la coalizione di centro-sinistra ha proposto una modifica da apportare al tricolore.

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Non lo dite a nessuno…

Ma in realtà, la storia del conflitto d’interesse sui decoder, era una balla.

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giovedì, maggio 11, 2006

Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica d’Italia (pardon, italiana)

Parleremo a lungo del curriculum vitae di Napolitano, della sua carriera politica a Botteghe Oscure, della sua militanza nella corrente migliorista del PCI. E’ inevitabile, è l’undicesimo presidente della Repubblica, mica bruscolini! Attorno a lui c’è un velo di mistero, che crea una situazione intricata e affascinante. Una sottile aura paradossale rende la figura istituzionale del neoeletto “nuova”, pur essendo “vecchia”. Politicamente parlando s’intende, perché l’anagrafe, lo abbiamo appurato, nel Bel Paese conta davvero poco.

D’altronde è difficile interpretare Napolitano : chi è? Cosa ha fatto? Per cosa si è distinto? Da quali meriti storici scaturisce la sua nomina a senatore a vita? Insomma, di perplessità e di domande ne abbiamo tutti in abbondanza. Quanto a risposte invece siamo carenti. I detrattori ci dicono che è un funzionario di bottega, un uomo che rivendica come merito storico la condanna degli avvenimenti ungheresi a trent’anni di distanza. I suoi sostenitori, invece, ricordano il compagno “amendoliano”, quello disposto al dialogo coi socialisti che incarnava i valori della destra del partito, l’unico che “aveva avuto ragione prima”. Gli anacronismi non sfuggono nemmeno al lettore più scialbo e distratto.

Il punto è proprio questo. Sinceramente sembrano avere ragione ambo le parti : di Napolitano sappiamo poco perché non si è mai scoperto nettamente. E’ un uomo per bene, su questo non v’è dubbio, schivo, che è sempre stato fedele alla Casa/Chiesa cui inoppugnabilmente apparteneva. Non si è distinto né quando è stato presidente della Camera, durante il ciclone giudiziario che investì e travolse la Prima Repubblica, né come ministro dell’Interno. Piace, inspiegabilmente, alla sinistra giacobina italiana, che lo acclama oggi dopo aver invocato nel quinquennio berlusconiano l’avvento di un nuovo Berlinguer zapateriano. Mah, misteri della fede rossa e ortodossa! Il successore di Ciampi ha senso delle istituzioni, questo sì, ma è dotato anche della preziosa virtù della riconoscenza, qualità umanamente apprezzabile, non c’è che dire, ma politicamente irrilevante : sinceramente preferisco un Presidente indipendente ad uno col cappello in mano. Odio però le dietrologie, le cartomanzie e le palle di vetro. Un eletto si giudica quotidianamente dal suo operato : non so, pertanto, se avrà torto il partito anti-Napolitano (scettico a prescindere) o quello di Casini (che ha ribadito, invece, la propria fiducia sulla terzietà del nuovo inquilino del Colle). Quello che so è semplice : viviamo in un Paese meraviglioso, dove spensieratamente il Governo, ancor prima di entrare in carica, sbugiarda il suo programma elettorale. Basta prendere l’opuscolo omerico “Per il bene del Paese” e consultare pagina 13 :

«Eleveremo la maggioranza necessaria per l’elezione del Presidente della Repubblica, garante imparziale della Costituzione e rappresentante dell’unità nazionale, e la maggioranza necessaria per l’elezione dei presidenti delle Camere, in modo da tornare alla convenzione che prevedeva una larga intesa sulla designazione dei presidenti, tutelandone il ruolo di garanti imparziali».

Proprio quello che hanno fatto. Manuale cencelli alla mano, complimenti.
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martedì, maggio 09, 2006

E’ una questione di metodo

A piazza Santi Apostoli, sulla scrivania del presidente del Consiglio in pectore Romano Prodi, un biglietto malizioso ha animato le notti insonni del Professore. Una “rosa”. Non era quella della nazionale dei mondiali, ampiamente prevedibile da qualsiasi cronista sportivo degno di nota e comunque già nel cuore e nella mente di Marcello Lippi. Era una rosa molto più importante, che conteneva i nomi dei candidati al Quirinale universalmente ritenuti super partes.
Franco Marini (Presidente del Senato e seconda carica politica della Repubblica), Mario Monti, Lamberto Dini e Giuliano Amato. Quattro uomini riconducibili alla coalizione che ha vinto l’ultima tornata elettorale con un margine dello zero virgola sei per mille, quattro storie diverse, quattro culture differenti che il centrodestra ha saputo digerire ed applaudire. Una scelta istituzionalmente corretta e laicamente sacrosanta.
Dietro i nomi però vi era un preciso segnale, un messaggio dal doppio fine : il centrodestra per il Colle è disposto al dialogo e alla mediazione, ma non si ridurrà a fare l’utile idiota di turno. I candidati di bandiera, coloro che hanno trascorso una vita a Botteghe Oscure e ora reclamano il diritto di sedere sulla poltrona più importante della nostra Repubblica, non saranno accettati dall’opposizione. Non ci si può prestare alla logica del do ut des, per cui se un democristiano va a Palazzo Chigi, un comunista deve sedere al Quirinale. Questo no : i compromessi storici bonzai non interessano al Paese.
Eludendo sistematicamente la convergenza proposta dalla Cdl, l’Unione ha candidato Giorgio Napolitano, outsider. Persona degnissima, sia chiaro, divenuto senatore a vita proprio per la sua pacatezza politica (e non per particolari meriti storici), ma pur sempre un uomo dichiaratamente di partito. Il ragionamento, assai malizioso, è suffragato da alcune dichiarazioni. Piero Fassino, ad esempio, alle 17.30 di oggi ha dichiarato :

«Un ex Pci al Colle? Non sarà l'unico risultato, ma ci saranno anche gli Esteri…».

Parla di risultato, il segretario della Quercia. Ossia di vittoria. Ecco che i dubbi si concretizzano in uno scenario cencelliano. Se qualcuno ha intenzione di usare il Quirinale per placare gli animi e le richieste della base, ben venga, faccia pure, assumendosene oneri ed onori. Non abbia tuttavia l’impunità di chiedere il benestare dell’opposizione, perché Berlusconi non ha alcuna intenzione di bruciarsi le mani per togliere le castagne dal fuoco unionista. E non è solo un comportamento legittimo, ma doveroso.

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sabato, maggio 06, 2006

D’Alema al Colle? Un’ipotesi azzardata

Mi ritengo una persona di buon senso. Nell’approccio ai problemi sul tavolo politico non nutro ostilità preconcetta verso le risposte che provengono dai miei “avversari”, né do giudizi apodittici. La teoria degli anti-“comunisti” m’indispone : si può avere ragione anche se si sfila sotto la bandiera progressista. Succede di rado, dico maliziosamente e partigianamente, ma succede. Ancor meno affascinante reputo la logica manicheista. Per me Gianni Vernetti, per fare qualche esempio pratico, è una persona squisita (e rappresenta l’icona della sinistra che mi piace), Pietro Ichino è la massima autorità sulle questioni del lavoro, Franco De Benedetti è un uomo per bene.

Tutto questo balletto, questo can can in punta di piedi, è utile ai fini di un’analisi completa sulla corsa al Quirinale.

Il centro-sinistra ha vinto, sulla carta, le elezioni. Ne prendo atto e riconosco a Prodi il diritto di governare. Esiste però una cosa che si chiama “analisi politica”, che trascende i dati e guarda al Paese. Se fotografiamo lo stivale, infatti, ci rendiamo immediatamente conto della drammaticità della situazione: usciamo da una campagna elettorale infuocata, alimentata da reciproci colpi bassi, con un Paese perfettamente diviso in due eguali metà contrapposte. Berlusconi, forse sbagliando, poche ore dopo il verdetto delle urne, aveva parlato di Grossa Coalizione. Un’ipotesi in quel momento impraticabile : come avrebbero reagito gli elettori di centro-sinistra (che, per anni, hanno creduto alla panzana del regime), se avessero visto i propri leaders firmare un accordo con l’odiato Cavaliere? E gli elettori del Caimano non si sarebbero sentiti ingannati nel trovarsi di fronte all’asse Arcore-Scandiano? L’idea è così naufragata nel mare della politica italiana, forse un po’ troppo celermente.

Il centro-sinistra, per parte sua, adottando la tattica dello spoil system, ha blindato le prime votazioni elettorali, e per uscire dall’impasse ha imposto i presidenti di Camera e Senato. Legittimo, anche se politicamente la mossa si è rivelata sconveniente. Lunedì però iniziano le votazioni per il Quirinale e la presidenza della Repubblica ha tradizionalmente un’altra storia. L’istituzione è ontologicamente super partes : non abbiamo bisogno di eroi, di Giovanni Gronchi o di Oscar Luigi Scalfaro vari. Sulla scena occorre una figura dotata di uno spessore equidistante, che sappia far proprie le viscere del Paese, senza gettarsi in compromessi di qualsivoglia natura politica. Serve, insomma, un altro Carlo Azeglio Ciampi, qualcuno che si richiami alla Patria senza apparire stucchevole od opportunista.

In queste ore il nome che circola maggiormente negli ambienti dotti e nei “salotti bene” è quello di Massimo D’Alema, già presidente dei Democratici di Sinistra, ossia del principale partito della coalizione governativa. Questo ruolo che l’ex presidente del Consiglio ricopre non costituisce, di per sé, un ostacolo nella sua ascesa al Colle (noi tutti ricordiamo il Saragat del Quirinale, che incarnava perfettamente il Partito Social Democratico Italiano al potere), ma inibisce fortemente gli elettori e gli eletti stessi della Casa delle Libertà, ossia metà del Paese. Diciannove milioni di italiani che, ricordando gli ultimi botti di un’infuocata campagna elettorale, sentono ora puzza di “inciucio”. Termine orripilante, bandito dal politically correct, che in politica non dovrebbe trovare cittadinanza, poiché la mediazione talvolta è indispensabile. La candidatura di D’Alema, tuttavia, contribuirebbe ad acuire le distanze esistenti tra gli inputs del popolo italiano e gli outputs che la classe dirigente (non) riesce ad elaborare. Suvvia, non prendiamoci in giro : D’Alema è il volto noto della sinistra nostrana, è la personalità che spicca maggiormente all’interno dell’Unione, il migliore sia per doti dialettiche che per lungimiranza politica. E’ un merito, un onore, ma in questo caso si rivela una colpa, un onere. Paradossalmente l’essere palesemente riconducibile ad una delle parti impegnate nell’agone, brucia le probabilità e le speranze del giovane promettente Massimo (a meno che non si voglia procedere nuovamente con altri colpi di spugna…).

Qualcuno potrebbe chiedermi di fare i nomi, di uscire dall’empirico e di avanzare qualche proposta. Non spetta a me il compito di indicare aspiranti presidenti, mi limito ad analizzare i motivi per cui taluni non dovrebbero candidarsi. Se proprio dovessi fare un nome, farei quello di Gianni Letta, e non per ragioni di bottega : l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio è stimato trasversalmente, è una persona che ha un alto senso delle istituzioni e non è mai stato candidato in nessun partito, né risulta abbia tessere di movimenti politici in tasca. Meglio di così?

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venerdì, maggio 05, 2006

Sorvoliamo

Tutto merito di Prodi.

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giovedì, maggio 04, 2006

Jean-François Revel (1924-2006)

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mercoledì, maggio 03, 2006

L’ho visto a pezzi…

“Negare l'onestà dei sentimenti del presidente dei Verdi è profondamente offensivo ed è una forma di imbarbarimento del confronto politico e dell'informazione” (comunicato dei Verdi).

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Son cose che ti mandano in brodo di giuggiole

Sapevano che Berlusconi gli sarebbe mancato tanto. Ma allora perché diamine non l’hanno votato?

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Rewind

Per una banalissima influenza stagionale ho dovuto abbandonare il web per un po’. Dove eravamo rimasti? Facciamo un rapido excursus delle ultime giornate.
Alla presidenza della Camera dei Deputati è asceso il subcomandante Fausto. Dopo aver dedicato la vittoria alle operaie e agli operai di tutto il mondo uniti, dopo aver giustificato storicamente l’esito delle manovre che hanno portato un leader comunista sullo scranno più alto di Montecitorio, il prode Bertinotti ha dichiarato che, nel rispetto dell’opposizione, non dimenticherà le sue convinzioni, perché sì – senza dubbio – è uomo di parte. In altre parole, ha ammesso di non essere adatto alla carica che si accinge a ricoprire, poiché il presidente della Camera – nell’esercizio delle sue funzioni – ha l’obbligo di essere super partes. Complimenti, chi ben comincia…
Per la gioia di Romano Prodi (detto Prodino), al Senato, dopo tante battaglie, è stato eletto Franco Marini (detto Francesco). Uomo per bene, donatcattiniano, dotato di un appeal maggiore rispetto a quello esercitato dall’onnipresente Andreotti, Marini ha subito ringraziato il compagno Tremaglia : chi ha corso da solo per garantire il Senato all’Unione meritava una particolare menzione nel discorso d’insediamento.
Non sfugge l’anomalia : abbiamo due presidenti delle camere che si son fatti le ossa nel sindacato (ex cigiellino il primo, storico segretario della Cisl il secondo)… roba da invocare una Thatcher!
Letizia Moratti, candidata sindaco del centrodestra a Milano, è stata contestata il 25 Aprile da un pugno di fascisti rossi, i quali hanno oggi libertà di parola grazie al sacrificio e alla vita di uomini come Paolo Brichetto Arnaboldi, ex deportato a Dachau e padre del Ministro dell’Istruzione. Ma chiedere a questi imbecillotti di iniziare a ragionare pare pretesa assurda. Nel corso della stessa manifestazione, infatti, hanno ben pensato di bruciare alcune bandiere d’Israele, contestando la brigata ebraica che si è trovata nuovamente opposta ad una squadraccia nazifascista.

Pochi giorni più tardi, il primo maggio, la stessa Letizia Moratti è stata definita “padrona” dallo sfidante Bruno Ferrante, che le ha negato il “diritto a scendere in piazza”, definendo la sua presenza una “provocazione”. L’ex prefetto ha preferito cullarsi su un’ideologia sinistra, certo che un revival della lotta di classe potrà rivelarsi proficuo alle urne. Il tempo è galantuomo e gli darà torto.
Tre nostri connazionali, Nicola Ciardelli, Franco Lattanzio e Carlo De Trizio, hanno tragicamente perso la vita in seguito ad un agguato terrorista a Nassiriya. A loro le nostre preghiere, a le famiglie la nostra solidarietà.

Tornando alle beghe di bottega Emma Bonino e Clemente Mastella, entrambi accigliati in queste ore, hanno confessato di avere il medesimo obiettivo : la Difesa. Qualcuno ha già proposto di cambiare il titolo del programma dell’Unione : “per il bene del Paese” non rende giustizia, meglio “Poltrone & Sofà”.
Nel frattempo la Cdl ha rilanciato il nome di Ciampi nella corsa al Quirinale. Tutto pur di levarsi D’Alema di torno.
In politica estera Ahmadineijad è tornato a farsi vivo. Nel corso di una manifestazione ha tuonato : se gli USA attaccheranno le centrali iraniane, l’esercito persiano colpirà Israele. Che è come se Moratti dicesse “se il Milan vince lo scudetto, spacco la schiena alla Propatria”. Ovviamente tutte le verginelle dell’Onu si sono scandalizzate, ma nessuno ha seriamente redarguito l’Iran, mettendo sul banco l’unica cosa che fa paura a lor signori : la forza.

Il resto sarà cronaca.

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mercoledì, aprile 26, 2006

Indignato

«Da ebreo e israeliano, ieri, mi sono colmato di vergogna e di rabbia alla vista del barbaro comportamento dei fascisti della sinistra estremista che hanno profanato la sacralitá della festa della liberazione del 25 aprile, assieme alla memoria dei caduti della Brigata Ebraica in Italia, dando alle fiamme le bandiere dello Stato d'Israele nel corso del corteo di Milano … Queste persone, così come gli altri che negano la Shoah e invitano alla distruzione dello Stato d'Israele, sono un pericolo per il mondo democratico occidentale».

Ehud Gol,ambasciatore israeliano in Italia.

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Bilancio del 25 Aprile

Qui il podcast della rassegna stampa.

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lunedì, aprile 24, 2006

Festa della Liberazione

I totalitarismi, di qualunque colore politico essi siano, rappresentano ontologicamente il male assoluto. Tra la svastica del baffetto e la falce del baffone non vedo alcuna differenza. Quando vengono minati i postulati della libertà personale, a perdere e a rimetterci, è sempre il popolo. Per questo sono un anti-totalitarista ante litteram.

In occasione del venticinque aprile il revival è d’obbligo, ma c’è il rischio d’incappare nella logica della resistenza militante. Procedo perciò con ordine nel ricordo di quanti hanno contribuito a quell’avvenimento.

Ringrazio le truppe anglo-americane che hanno liberato questo Paese da una becera dittatura, consegnandolo all’Occidente e a quella liberal-democrazia che ancora oggi, nonostante tutto, molti agognano. Non rimprovero, pertanto, al governo statunitense i comportamenti di questi anni, conscio che in Iraq stanno tentando la stessa impresa per il bene di un altro popolo. Ringrazio i “veri” partigiani, quelli che non hanno ecceduto nella violenza nei confronti dei vinti, capendo che prima o poi una pacificazione col nemico di ieri sarebbe stata inevitabile, contribuendo in maniera decisiva all’edificazione della nuova Italia. Ringrazio gli oppressi del ventennio per aver mantenuto il timone della ragione durante la guerra. Ringrazio Matteotti, condannato alle strumentalizzazioni o all’oblio. Ringrazio i martiri delle foibe, nascosti con malcelato disgusto da una stampa rossa o titina. Ringrazio i padri costituenti, che hanno creato sulla carta un’Italia con mille imperfezioni, per ricalcare meglio lo spirito del popolo che si accingevano a governare. Occorre menzionare anche i ragazzi di Salò che, per esperienze umane diverse, hanno condotto la battaglia sull’altro fronte con identica tenacia. Sbagliando ovviamente, ma nella speranza che col contributo del loro sangue si potesse riscattare l’onore della Patria che, a torto, ritenevano infangato.

Questa premessa è essenziale per dare maggiore credibilità a quanto sto per scrivere.

Bisognerebbe ricordare la conclusione della guerra, l’esito del referendum costituzionale in favore della repubblica o, in alternativa, la formazione del primo governo democratico dopo anni di dittatura. E invece niente. Noi italiani preferiamo cullare le nostre memorie sull’esito di una guerra civile, rivangare le ferite di una spaccatura che ha dilaniato il paese, per concedere a qualche privilegiato di bottega la facoltà di discettare sulla Resistenza. A questo serve il 25 Aprile.

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domenica, aprile 23, 2006

Les jeux sont fait

E’ in atto un insensato ed impudente attacco alla libertà d’informazione nel nostro Paese. Col pretesto del conflitto d’interessi, il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, ha annunciato il proposito di «ridimensionare», ossia «dimagrire», Mediaset.

Il futuro Presidente della Camera ha parlato chiaro. La logica che muoverà l'Esecutivo di centro-sinistra dovrà ispirarsi allo strangolamento : se con la mano destra l’obiettivo sarà togliere almeno una rete, con l’altra occorrerà limitare l’offerta pubblicitaria (il che implicherebbe, per un gruppo privato, una morte certa). Queste misure comporterebbero inevitabilmente un danno di proporzioni macroscopiche, in primo luogo nei confronti delle risorse umane, ossia dei lavoratori, di Canale5-Italia1-Rete4, trattati senza rispetto e messi all’angolo della strada da un Esecutivo di cialtroni vendicativi.

E dire che il prode Bertinotti sofisticava sull’avvento del comunismo internazionale anche dagli studi di Mentana…

Che Paese è quello in cui chi perde, e per uno zero virgola sei per mille!, deve temere contraccolpi personali contro le sue aziende? Che Paese è quello in cui si fanno prove tecniche di regime sulla pelle non solo di Silvio Berlusconi, ma anche di giornalisti, cameraman e signor nessuno che hanno la sola colpa di vivere grazie allo stipendio del Cavaliere? Quale coscienza anti-democratica può ispirare nel duemila la logica dell’esproprio?

Non è questione d’interessi, è questione di LIBERTA’.

Anziché liberalizzare il settore, permettendo a soggetti terzi di entrare nel mercato e guadagnarsi una fetta imponente degli spazi (senza oscurare quelli esistenti), si vuole conculcare il diritto di sopravvivenza al principale polo della tv privata, rinvigorendo invece il l settore pubblico (ove si esclude categoricamente una privatizzazione o una quotazione in borsa).

Questa concezione deriva esclusivamente dal cast of mind vetero-comunista ed è del tutto inaudita in una liberaldemocrazia.

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venerdì, aprile 21, 2006

Eutanasia politica

Rispetto alle questioni etiche i rosapugnanti hanno, da sempre, una posizione perversamente limpida. Sulle colonne di questo blog si è ampiamente discusso dell’eutanasia olandese e delle implicazioni sociali che essa comporta. In materia, ad esempio, i radicali sostengono un principio cardine : “se una vita non è degna di essere vissuta, perché prolungare l’agonia?”. Bene, mettiamo da parte il suddetto postulato.

Nell’ultima campagna elettorale Marco Pannella ha presentato la lista laica, liberale, radicale, socialista (e chi più ne ha, più ne metta) come “l’unica novità” del panorama politico italiano. Un soggetto che vedeva la luce proprio prima delle politiche del 9 Aprile meritava sicuramente grande attenzione : e così è stato. La neonata lista ha goduto dell'appoggio dei circoli radical-chic, tanto da far propria l'agenda Giavazzi, il documento di presentazione dei rosapugnanti, la carta costituzionale del nuovo soggetto, la pietra miliare che caratterizzava (e caratterizza) lo spirito e la presenza liberale dei seguaci di Pannella all’interno della coalizione di centro-sinistra.

Partendo da queste premesse ci si attendeva, come minimo, un risultato superiore al 3,5%. Qualcuno, tra i più ottimisti, azzardava in privato un'ipotesi : grazie ai fuoriusciti dei Ds, “il cartello elettorale” (dalla celebre definizione di Massimo D’Alema) avrebbe dovuto nettamente superare quota 4,5%. Invece la realtà è spesso beffarda. Talvolta il destino sa essere impietoso nei confronti di chi combatte una battaglia, giusta o sbagliata che sia, e i risultati della tornata elettorale hanno clamorosamente sbugiardato le lusinghiere sirene, consegnando alla Bonino dati inferiori alle aspettative. La delusione nei circoli era palpabile : non solo il nuovo soggetto non ha sfondato, ma complessivamente ha perso quel potere di ricatto sulla coalizione che i leaders supponevano e auspicavano di avere. Chi semina vento raccoglie tempesta. Se volessimo usare una metafora, potremmo tranquillamente sostenere che, oggi, il destino politico dei rosapugnanti non si basa su fondamenta consistenti e, pertanto, la qualità di vita della lista Sdi/Radicali è drammaticamente segnata : non è degna di essere vissuta.

Perché in questo caso i vari Capezzone non chiedono la soppressione del soggetto?

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Perdonami Leo, se rubo l’idea

Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono in poltrona.
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Silvio, videochiamalo

Complimenti Professore. Ora, se è in grado, governi.

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giovedì, aprile 20, 2006

Pazzi o stupidi?

All’Iran spetta la vicepresidenza della Commissione Onu sul disarmo. Non aggiungo altro.
[Via Camillo]

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Il conteggio della Cassazione

Qui il podcast della rassegna stampa.

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